Skip to main content

Depressione

A cura della Dott.ssa Gloria Marchesi
Cosa si intende oggi con il termine depressione? A cosa ci si riferisce? Come distinguere uno specifico disturbo psichiatrico classificato entro i disturbi dell’umore, da quello stato psichico (non patologico) che può attraversare in certi momenti la vita di tutti ed essere ricondotto alla percezione di precarietà, di vuoto, di assenza di significato legata a certe esperienze dolorose?
Il DSM 5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali – quinta edizione) parla di disturbo depressivo maggiore legandolo alla presenza di quello che viene definito episodio depressivo maggiore, ossia di un periodo di tempo, della durata di almeno due settimane, in cui l’emergere di una serie di sintomi differenti conduce ad una significativa alterazione del precedente livello di “funzionamento” dell’individuo. Questi sintomi portano ad una compromissione del funzionamento sociale, lavorativo e familiare del soggetto, impattando in definitiva sulla sua qualità di vita e spesso anche sul benessere dell’intero nucleo familiare in cui è inserito.
I sintomi riportati nel DSM 5 sono diversi:
– umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi tutti i giorni;
– diminuzione significativa di interesse o di piacere nel fare qualunque cosa, per la maggior parte del giorno, quasi tutti i giorni;
– insonnia o ipersonnia quasi ogni giorno;
– aumento o riduzione significativa dell’appetito e del peso;
– agitazione o rallentamento psicomotorio quasi ogni giorno (alterazioni chiaramente osservabili dall’esterno e non solo percezioni soggettive);
– faticabilità e mancanza di energie quasi ogni giorno;
– sentimenti di indegnità, autosvalutazione, sensi di colpa eccessivi e inappropriati quasi ogni giorno;
– ridotta capacità di concentrarsi, di pensare e di prendere decisioni quasi ogni giorno;
– pensieri frequenti di morte e/o ideazione suicidaria con o senza piano specifico.

Il disturbo depressivo maggiore, quindi, non solo si caratterizza per una serie di sintomi nell’area affettiva, con la presenza di una tristezza patologica immodificabile dalle contingenze esterne, ma si estende anche all’area cognitiva, comportamentale e somatica. A livello cognitivo, ad esempio, il contenuto dei pensieri di questi pazienti è spesso contraddistinto da una negatività pervasiva, rispetto a sé, agli altri e alla propria realtà. Vi è una significativa attenzione verso il proprio mondo interiore e un progressivo isolamento sociale e disinteresse verso l’ambiente circostante, una difficoltà nel concentrarsi, nel memorizzare nuove informazioni e nel prendere qualunque tipo di decisione (difficoltà nel processo di decision making).

Generalmente un episodio depressivo maggiore non trattato ha una durata di circa sei mesi, ma in un quarto dei casi può protrarsi uno o due anni e in un 5-10% può estendersi oltre i due anni. Dopo il primo episodio la prognosi non è delle migliori: circa il 50-60% dei casi avrà un secondo episodio, dopo due episodi la probabilità di averne un successivo sale al 70%, per arrivare al 90% dopo tre episodi. I dati epidemiologici relativi alla diffusione della depressione nella popolazione generale riportano una percentuale che oscilla dal 2 al 10%, se si considera un disturbo stabile con diversi episodi lungo la vita, e dal 10 al 20% se invece si prende in considerazione la presenza di un solo episodio depressivo importante.

Per quanto riguarda la cause alla base di questo disturbo attualmente gli studi propendono, come nel caso di altri disturbi psichiatrici, per un’eziologia multifattoriale. Ricerche condotte su gemelli monozigoti (che possiedono lo stesso patrimonio genetico) hanno permesso di riconoscere il ruolo dei fattori genetici: più geni sarebbero coinvolti nella modulazione delle strutture cerebrali connesse alla regolazione del tono dell’umore e questo spiegherebbe l’estrema eterogeneità sintomatologica nella manifestazione del disturbo. A livello biologico la depressione è stata correlata ad alcune anomalie endocrine e neurotrasmettitoriali. In particolare in questi pazienti sono stati riscontrati elevati livelli di cortisolo, il cosiddetto ormone dello stress ed alterazioni che riguardano le monoamine neurotrsmettitoriali: noradrenalina, serotonina e dopamina. Gli studi più recenti sostengono che nei soggetti più vulnerabili alla depressione, i recettori per la serotonina siano iposensibili e dunque una riduzione di questo neurotrasmettitore si assocerebbe a ripercussioni importanti. Sulla base di questi studi i farmaci oggi più utilizzati nel trattamento della depressione, noti con l’acronimo inglese di SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina), agiscono proprio con l’obiettivo di garantire una maggiore disponibilità di serotonina a livello cerebrale, inibendone la sua ricaptazione.

Accanto ai fattori di rischio biologico appena citati, è stata riconosciuta l’importanza di altri due fattori di natura psicologica: il primo riguarda la struttura di personalità e in particolare la dimensione del “nevroticismo” (o labilità emozionale) e il secondo è relativo alla modalità di elaborazione cognitiva propria del soggetto. In riferimento a quest’ultimo aspetto in particolare, in base alla teoria cognitiva della depressione sviluppata ormai alcuni decenni di anni fa da Aaron Beck (1967), le alterazioni del tono dell’umore proprie del quadro depressivo sarebbero secondarie e strettamente dipendenti da distorsioni sistematiche nei processi di valutazione e interpretazione della realtà. Sarebbe il modo in cui le persone pensano a determinare come si sentono e non viceversa. In questo senso la negatività esasperata del pensiero di questi pazienti non costituirebbe unicamente l’effetto di una patologia primariamente affettiva, ma rivestirebbe un vero e proprio ruolo causale nella sua insorgenza. Costrutto centrale è quello di “schema cognitivo”: le persone maggiormente predisposte a sviluppare questa patologia possederebbero strutture cognitive negative rispetto all’immagine di Sé, alla realtà e uno stile attribuzionale interno, stabile e globale, in base al quale la maggior parte degli eventi negativi della vita sarebbero ricondotti a cause interne ed immodificabili. In generale adottando una posizione più moderata è possibile affermare che “la transizione da stati affettivi “normali” a stati affettivi patologici (depressione) è mediata sia da strutture cognitive negative del Sé sia da strutture affettive negative” (Sanavio & Cornoldi, 2010, p.161).
Relativamente al trattamento della depressione le linee guida NICE (National Institute for Health and Clinical Excellence), raccomandano una serie di interventi specifici in base al livello di gravità del quadro sintomatologico (a seconda del numero di sintomi presenti si parlerà di: depressione lieve, moderata o severa). Se per le forme lievi può essere sufficiente curare l’igiene del sonno, predisporre un programma di esercizio fisico, di anxiety management o un trattamento psicologico breve focalizzato sulla depressione, per le forme moderate e severe il trattamento d’elezione è quasi sempre combinato, psicologico e farmacologico. L’utilizzo di antidepressivi ha l’obiettivo di dare un sollievo immediato, attenuare le ideazioni depressive e rendere il paziente recettivo ad un’analisi psicologica. La psicoterapia, piuttosto che mirare al contenimento del singolo episodio depressivo, si propone invece di lavorare soprattutto sulla prevenzione delle ricadute. Più fonti raccomandano un intervento di tipo cognitivo-comportamentale (una variante recentemente sperimentata è la terapia cognitiva orientata alla “mindfulness”), anche se possono essere considerate altre forme di trattamento, quale la psicoterapia interpersonale (Interpersonl Psychotherapy, IPT), o un approccio familiare, soprattutto quando si tratta di bambini o adolescenti.
In generale, al di là dello specifico orientamento terapeutico a cui il clinico si riferisce e dei sottostanti modelli teorici sviluppati per spiegare il disturbo, ciò che non si dovrebbe mai scordare è che la depressione rappresenta anzitutto “uno stato psichico in cui si mescolano elementi biologici, temperamentali, sociali e ambientali, legato ad un unico e irripetibile cammino interiore ed esistenziale, che ne fanno un’esperienza particolare ed intimamente legato a chi la percepisce, difficilmente inquadrabile in qualsiasi struttura diagnostica” (Zacchetti & Castelnuovo, 2010, p. 12).

Bibliografia:

Beck, A.T. (1967). Depression: Causes and Treatment. Philadelphia: University of Pennsylvania Press; trad. it. La depressione(1978). Torino: Bollati Boringhieri
Sanavio, E. e Cornoldi, C. (2010). Psicologia clinica. Bologna: Il Mulino
Zacchetti, E. e Castelnuovo, G. (a cura di) (2010). Psicologia clinica della depressione. Esperienze cliniche tra medicina e psicologia. Milano: FrancoAngeli